Nel mese di dicembre, nella nostra classe, abbiamo affrontato la lettura ad alta voce del terzo capitolo di La grande fuga, di U. Stark, un capitolo che si apre con una scena apparentemente semplice ma potentissima: il nonno, burbero e sboccato, viene rimproverato dall’infermiera per le sue parolacce.
Da questo piccolo episodio è nato un percorso ricco di pensieri, scambi e produzioni scritte, tutto incentrato su un tema fondamentale: la gentilezza e il potere delle parole.
Ecco come abbiamo lavorato!


1. Pensare un titolo: quando i bambini riassumono
Il libro non presenta titoli per i singoli capitoli, e questo si è rivelato un pretesto perfetto per esercitare creatività e comprensione profonda del testo. Dopo la lettura ad alta voce, ci siamo fermati a riflettere: “Quale titolo potremmo dare noi a questo capitolo?”
I bambini sono ormai abituati a questa proposta, già mentre leggo il capitolo, mi dicono, si figurano un possibile titolo. Ormai ne pensano molti, sono diventati abilissimi! Pensare un titolo adatto al capitolo appena ascoltato è in effetti un potente esercizio di sintesi: saper arrivare, con poche parole, al nocciolo del capitolo, al fatto più significativo o all’emozione più intensa raccontati.
Come di consueto raccolgo velocemente le proposte dei miei alunni in un semplice foglio di Google document, li stampo e li consegno in fotocopia.
I bambini, di volta in volta, assegnano un colore a titoli concreti e titoli astratti. Ognuno rilegge quelli che ha pensato e insieme li classifichiamo sottolineandoli con i due colori diversi.


2. Cos’è davvero la gentilezza? Una parola da srotolare insieme
Partiamo dal testo. Il rimprovero dell’infermiera al nonno ci dà l’occasione perfetta per fermarci e chiederci:
Cosa significa essere gentili?
A partire dal brano, i bambini hanno condiviso pensieri, esempi, episodi personali.
Sono emerse domande bellissime:
- “È importante essere gentili?”
- “Le parole fanno male come i pugni?”
- “Cosa produce la gentilezza?”
Abbiamo raccolto idee, parole chiave, riflessioni spontanee: un vero piccolo laboratorio filosofico.
Dopo la discussione, ho chiesto ai bambini di stendere un “lampo” di scrittura secondo la metodologia del WRW.
Indicazione semplice:
Scrivi tutto ciò che ti viene in mente quando pensi alla gentilezza. Storie, immagini, ricordi, pensieri. Non fermarti, non cancellare, lascia correre la mano. Puoi scrivere frasi o liste di parole.
Cinque minuti di silenzio operoso, di matite che si muovono veloci, di idee che prendono forma in libertà.
Un esercizio prezioso per far emergere la voce interiore di ciascuno.

3. Parole gentili da collezionare: il laboratorio creativo di gruppo
In piccoli gruppi, i bambini hanno ricevuto forme colorate fustellate su cui scrivere parole o espressioni gentili. L’indicazione era chiara: almeno otto per ciascun gruppo.
Sono nate collezioni variopinte di:
- “Per favore”,
- “Posso aiutarti?”,
- “Vuoi giocare con noi?”,
- “Grazie per davvero”,
- “Ti va di provarci ancora?”,
…e moltissime altre espressioni nate proprio dalle loro conversazioni quotidiane.
Abbiamo poi svolto insieme un cruciverba della gentilezza, un gioco linguistico che ha permesso di consolidare e ampliare il lessico.
Ogni bambino ha scelto una parola del cruciverba e l’ha evidenziata: era il suo impegno personale, da mettere in pratica per almeno due giorni.




4. Che cosa significa “gentilezza”? Un lavoro sul lessico
Siamo passati al vocabolario. Ogni bambino ha cercato la parola gentilezza e ne ha trascritto il significato sul quaderno.
Poi abbiamo diviso la pagina in due colonne e abbiamo riportato i sinonimi trovati nel vocabolario, per ognuno abbiamo cercato un contrario ripensando anche ai prefissi che abbiamo conosciuto:
- Sinonimi: cortesia, educazione, garbo, cordialità, affabilità, premura, delicatezza, attenzione…
- Contrari: scortesia, maleducazione, sgarbo, scontrosità, villania, ostilità, grossolanità, distacco…
Questo esercizio ha aiutato i bambini a comprendere che la gentilezza non è solo un comportamento, ma un insieme di sfumature che caratterizzano il modo in cui ci rivolgiamo agli altri.


5. Scrivere una lettera: parlare a chi ci tratta gentilmente… o a chi ci tratta con scortesia
A questo punto avevamo raccolto abbastanza materiale:
- la discussione iniziale,
- il lampo di scrittura,
- le parole gentili,
- il lavoro sul dizionario.
Ho quindi proposto un compito di scrittura scegliendo tra due possibili opzioni:
Scrivi una lettera a una persona che ti tratta sempre con gentilezza
oppure
scrivi a una persona che spesso ti parla in modo sgarbato.
Una consegna che ha aperto la strada a testi sinceri, intensi, in cui i bambini hanno messo in gioco emozioni e pensieri profondi: gratitudine, ricordi, vissuti, richieste di attenzioni.
Scrivere diviene un modo per conoscere se stessi e gli altri.
6. Parlare bene: cosa significa davvero? Ultimo lampo di scrittura
Per proseguire con il nostro percorso, siamo tornati alla domanda iniziale:
Che cosa significa parlare “come si deve”? Ossia come indicato dall’infermiera.
Ne abbiamo discusso insieme, riflettendo sul tono, sulle parole scelte, sul rispetto che si comunica anche con la voce. Sulla necessità di utilizzare registri differenti: abbiamo ripetuto che si possono utilizzare un linguaggio formale o uno informale, a seconda delle situazioni e delle persone con le quali ci si confronta.
Poi un nuovo “lampo” di scrittura, sempre di 5 minuti:
Un modo per pensare, per riflettere sull’importanza delle parole. Silenzio in classe, solo penne che scrivono e menti che riflettono. Le parole non sono semplicemente suoni… ma gesti.



7. Le parole sasso
Che cosa significa allora parlare “come si deve”? Non solo usare un tono gentile, ma anche scegliere con attenzione le parole. In classe ci siamo soffermati sull’importanza di un lessico adeguato, capace di esprimere ciò che proviamo senza ferire chi ci ascolta.
Abbiamo riconosciuto che a tutti capita di avere bisogno di urlare, di sfogarsi, magari di dire una parolaccia “liberatoria”: succede quando ci facciamo male, quando qualcosa va storto, quando l’emozione prende il sopravvento. In questi casi le parole servono a scaricare la tensione, non a colpire qualcuno. Le abbiamo chiamate proprio così: parolacce liberatorie. Sono parole che lanciamo, come un sasso nell’acqua.
Diverso è il caso delle parole usate per fare male, per offendere, per umiliare. In quel momento non stiamo più liberando un’emozione, ma la stiamo scaricando sull’altro. Quelle parole diventano sassi lanciati per fare male, insulti che lasciano segni, anche quando vengono pronunciate in fretta o “per scherzo”.
Abbiamo riportato queste riflessioni sul quaderno e poi, insieme, abbiamo provato a costruire una lista di parolacce liberatorie che possono essere dette senza ferire nessuno: accidenti, caspita, mannaggia, porca paletta, ma ti pare?
La lista, naturalmente, è aperta: inventarne di nuove è stato un esercizio creativo e divertente, ma anche profondamente educativo. Il riferimento per questa attività è il lavoro della psicoterapeuta francese Isabelle Filliozat, in particolare il libro Le emozioni dei bambini, che ci invita a riconoscere e accogliere le emozioni, offrendo ai bambini strumenti rispettosi per esprimerle.
8. Il nome
E poi ci siamo fermati su un’altra parola fondamentale: il nome.
Nel racconto, il nonno chiama il nipotino con un diminutivo del suo stesso nome: Gottfrid diventa Gottfridino. Un dettaglio solo in apparenza piccolo, che in classe ha spinto a riflettere. Non tutti possono chiamarlo così: quel nome speciale appartiene solo al nonno. È una parola che crea vicinanza, che stringe un legame, che dice affetto senza bisogno di spiegazioni.
Abbiamo riflettuto su come, a volte, il nostro nome, quando viene trasformato, accorciato, addolcito, diventi un segno d’affetto, di amicizia. Chiamare qualcuno in modo affettuoso significa riconoscerlo, sentirlo vicino, dirgli “sei importante per me”. Proprio come accade tra il nonno e il nipote: quel modo unico di chiamarlo li rende uniti, complici, speciali l’uno per l’altro.
Da qui siamo passati al nostro nome.
- Chi ci ha chiamato così per la prima volta?
- Cosa significa il nostro nome? (abbiamo cercato insieme l’origine dei nomi sullo schermo di classe)
- Ci piace il nostro nome?
- Qualcuno lo pronuncia in modo diverso?
- Esiste un soprannome che ci fa sentire bene?
- Ci piacerebbe cambiarlo e se sì, con quale altro nome ci piacerebbe?
Con l’aiuto di alcune domande guida, ogni bambino ha scritto un testo personale per raccontare il proprio nome e ciò che rappresenta. Ne sono nati scritti delicati, autentici, pieni di domande e di scoperte. I bambini si sono fermati a pensare a qualcosa che li accompagna ogni giorno, ma che raramente viene interrogato. Ancora una volta, le parole — questa volta il nome — si sono rivelate non solo suoni, ma legami, capaci di raccontare chi siamo e da dove veniamo.
9. Poesia
Proviamo ora a scoprire di più sul nostro nome. Abbiamo letto la poesia “Nome” di Roberto Piumini, un testo prezioso, complesso che va analizzato insieme: ci invita a guardare il nome da prospettive diverse, a indagarlo con curiosità.
Verso dopo verso, il poeta suggerisce di osservare il nome, di scomporlo, di ascoltarne i suoni, di immaginarne la forma. Non è solo una lettura, ma una vera e propria guida all’esplorazione linguistica.
10. Giocare con il proprio nome: analisi e rappresentazione
Conosciamo ancora meglio il nostro nome. Seguendo le indicazioni della poesia, i bambini hanno analizzato il loro nome in modo creativo, teatrale direi.
Hanno lavorato su:
- le lettere e le sillabe che lo compongono
- i suoni, duri e “molli”
- le immagini e le sensazioni che i versi evocano
- i significati che possiamo attribuire alle immagini evocate
È stato un momento particolarmente significativo quello della rappresentazione grafica del nome sul quaderno: i bambini si sono stupiti e divertiti. Verso dopo verso, hanno disegnato il proprio nome seguendo le suggestioni del poeta: non scriverlo soltanto, ma facendolo diventare forma, movimento, immagine.
È stato un vero gioco linguistico e simbolico: il nome come parola da guardare, toccare, reinventare. Un modo per appropriarsene, per sentirlo davvero proprio.






CONCLUSIONE
Il terzo capitolo de La grande fuga ci ha guidati verso un tema fondamentale: il potere delle parole.
Ci ha impegnati per più di un mese, è stato un percorso ricco di attività durante le quali abbiamo letto, discusso, scritto, cercato, creato.
Abbiamo costruito una piccola cassetta degli attrezzi fatta di espressioni gentili, riflessioni e consapevolezze linguistiche.
Perché la gentilezza non è solo un buon modo di fare.
È un modo di scegliere come stare nel mondo e di sperimentarlo, una parola alla volta.
Queste proposte ci hanno anche permesso di sperimentare:
- consapevolezza linguistica
- attenzione alle parole
- ascolto di sé
- rispetto dell’identità di ciascuno
Competenze fondamentali che vanno oltre la scrittura e accompagnano i bambini nel loro percorso di crescita.
Il percorso è frutto del corso Viaggio nel libro e dintorni – proposto dal Centro di Documentazione Didattica di Santorso – Vicenza – diretto dal Prof. Vittorio Grotto. Seguo tale corso di aggiornamento da numerosi anni, adatto poi le proposte alle mie classi e ne creo di altre.
Qui trovate l’attività successiva, relativa alla stesura in classe, di incipit. Mentre qui erano descritte la attività precedenti, relative al 2° capitolo.
I link al libro “La grande fuga” di Ulf Stark edito da Iperborea e di altri libri e prodotti di cancelleria presenti nell’articolo aiutano a rendere possibile il progetto Maestra Ilaria.




